Sotto il grande ciliegio

 

C’era una volta una dolce porcospina.
Quando era piccola conobbe un cavallo il quale, data la sua natura ribelle e selvaggia, era solito galoppare nelle praterie alla ricerca dell’erba migliore da brucare; era però stanco di vagare da solo nelle verdi vallate e propose alla porcospina di accomodarsi sul suo dorso e di viaggiare con lui aggrappandosi alla sua criniera.

Affascinata dal suo correre veloce e libero la porcospina accettò di buon grado.
La poverina si accorse presto che il cavallo correva troppo veloce e i sobbalzi della galoppata le rendevano quasi impossibile restare aggrappata alla criniera, tanto che quella strana convivenza divenne in breve tempo un supplizio.
Un giorno il cavallo venne a sapere che in una valle vicina cresceva un’erba particolarmente dolce e succosa e, incurante delle rimostranze della porcospina, decise di intraprendere il viaggio galoppando a tutta velocità per arrivare il prima possibile a destinazione.

Resosi conto di trovarsi in prossimità di un fossato, il cavallo fermò bruscamente la sua corsa, sbalzando in avanti la porcospina la quale cadde rovinosamente e venne calpestata tra gli zoccoli.
Ne uscì malconcia ma viva. Purtroppo a causa di quell’evento, la poveretta perse la memoria, non ricordava neanche più il suo nome, ma sapeva che non sarebbe più rimasta con il cavallo.
Decise quindi di iniziare un nuovo viaggio, alla ricerca di un posto da poter chiamare “casa”.

Passarono le stagioni.

In un giorno d’estate, stava percorrendo un piccolo sentiero al limitare di un bosco, quando i suoi pensieri vennero interrotti da un rumore, un fruscìo che proveniva da alcuni cespugli di mirtilli lì vicino.

La porcospina, sfidando la sua naturale diffidenza, si avvicinò. Come prima cosa notò una coda rossa e gonfia, con la punta bianca.

Ciao” disse la porcospina

Con un balzo venne fuori dal cespuglio una grossa volpe che puntò il suo muso su quello della porcospina annusandola per capire quale genere di animale fosse.
La volpe cacciava da sola ma pensò che le sarebbe stata utile una compagna, con i suoi modi gentili la porcospina avrebbe potuto attirare le prede più vulnerabili e lei le avrebbe prese alla sprovvista, in questo modo sarebbe stato molto più semplice procurarsi del cibo.
Naturalmente l’astuta volpe non poteva rivelare i suoi veri intenti alla sua nuova amica altrimenti la porcospina non avrebbe mai accettato di seguirla.
Decise quindi di dirle che una delle sue passioni consisteva nello scavare delle buche nel terreno, attività che le consentiva di trovare grossi vermi, dei quali sapeva essere ghiotti i ricci, le chiese quindi di seguirla alla ricerca di nuovi posti in cui scavare.
Camminando camminando raggiunsero la cima di una collina, in lontananza la volpe vide avvicinarsi saltellando una lepre, con una scusa banale si allontanò dalla porcospina nascondendosi dietro ad un cespuglio e attese l’arrivo della lepre la quale, trovandosi di fronte la porcospina, si fermò a chiacchierare.
La volpe, approfittando della loro distrazione saltò fuori dal suo nascondiglio atterrando sulla lepre e facendone un sol boccone.

La povera porcospina si spaventò talmente tanto che, come reazione istintiva, si chiuse in se stessa diventando una palla di aculei. I tentativi della volpe di rassicurarla furono inutili, ormai la porcospina aveva troppa paura, restò chiusa in se stessa per giorni e giorni, finchè la volpe non decise di desistere dal tentativo di farla aprire e se ne andò.

La porcospina, rimasta sola, si schiuse un poco e riprese il suo viaggio.

Passavano i mesi e lei conobbe altri animali con cui condivise un pezzo di strada ma non riuscì mai a fidarsi ciecamente di nessuno, non appena qualcuno di loro cercava di avvicinarsi, lei si chiudeva diventando una palla di aculei, pensando che questa reazione l’avrebbe protetta dalla paura, ma ottenendo soltanto di restare sempre più sola.

Un pomeriggio di primavera si ritrovò a camminare lungo la riva di un ruscello, l’aria era frizzante e il profumo dei fiori di campo le metteva allegria. Ogni tanto si fermava per specchiarsi sull’acqua e per bere un po’, ad una di queste soste sentì qualcuno dietro di lei che si schiariva la voce profonda cercando di attirare la sua attenzione.
La piccola porcospina si girò di scatto spaventata, pronta a chiudersi come ormai aveva già fatto tante volte.
Vide davanti a se una tigre. Capì che non l’aveva sentita avvicinarsi perchè le sue zampe morbide sull’erba primaverile non emettevano alcun suono.

Scusami piccola porcospina se ti ho spaventata, non era mia intenzione” disse la tigre.

Chi sei?” chiese la porcospina.

Sono il guardiano del grande ciliegio che cresce sulla sponda del ruscello, puoi bere la sua acqua per dissetarti e mangiare i suoi pesci per nutrirti, ma ti prego non chiuderti con me, se ti fiderai di me ti farò vedere dove vivo, se vorrai restare con me ti proteggerò e non dovrai mai più mostrare i tuoi aculei

La piccola porcospina guardò negli occhi la tigre, in quegli occhi vide la serenità che stava cercando da tanto tempo, sentì di potersi fidare e di aver trovato un amico sincero.
La tigre si accucciò permettendo alla porcospina di salirle in groppa e la portò camminando lentamente, seguendo il rumore dell’acqua, verso il grande ciliegio.

Arrivati a destinazione il felino si distese all’ombra dell’albero e la porcospina prese posto tra le sue enormi zampe.

Io vivo qui” disse la tigre “le sue fronde sono cariche di fiori, il loro profumo e la brezza leggera ti culleranno quando vorrai dormire, le sue radici ti abbracceranno se dovessi avere freddo. Io ti proteggerò.
Quando i fiori cadranno, arriveranno i frutti che ti nutriranno e non ti mancherà mai niente

A queste parole la porcospina, sentendosi protetta, cadde in un sonno profondo. Sognò tutta la sua vita, i suoi viaggi e gli animali che aveva conosciuto.

Quando si svegliò la tigre la guardava con un sorriso amorevole sul muso.

Ho sognato tutta la mia vita” disse la porcospina “ho riacquistato la memoria, ma c’è una cosa che proprio non riesco a ricordare… il mio nome

Sarai la mia piccola Erina” disse la tigre

E così la dolce Erina seppe che il suo viaggio era terminato.

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Burattina

 

Pensavo ancora a quel fruscìo.

Il fruscìo che senti quando sei immersa nel silenzio della stanza e con gli occhi chiusi attendi.
Poi eccola.
Lei, la corda, è ruvida e preme sulla pelle come le unghie di una mano che non vuole lasciarti andare.
La senti scorrere in superficie come se non avesse una fine, piano… Poi veloce, ti scalda, ti brucia.
Sinuosa si muove sul tuo corpo cercando nuovi anfratti in cui immergersi, e si annoda.
Ti stringe tra le sue spire cercando di contenere la tua anima prima del tuo corpo.
Ti senti costretta in quel corpo che non è più il tuo, ti senti legare anche dentro, il cuore e i pensieri.
Ora sì, sei davvero libera.

Lo Stregatto

 

Così lei lo ricordava, uno squarcio in pieno volto.
Si potrebbe forse chiamare sorriso, anche se era più simile ad un ghigno malefico, ad un’espressione beffarda.
Stirando le labbra sottili in quella smorfia esponeva i suoi denti, bianchi, perfetti, mettendo in evidenza quel suo segno distintivo, un neo sullo zigomo sinistro.
Lo sguardo passava così dalla bocca, al neo agli occhi.
Quegli occhi, neri, profondi come un pozzo senza fine, ingoiavano le emozioni altrui senza restituirne alcuna. Gli angoli esterni si ricamavano di rughe quando quell’espressione di derisione appariva sul suo volto.
Da questa descrizione si potrebbe forse pensare che non fosse affascinante, niente di più lontano dalla realtà.
Il suo fisico statuario era sempre racchiuso in abiti firmati all’ultima moda, quando entrava in ufficio il suo carisma creava una sorta di vuoto che risucchiava come un vortice tutti gli sguardi, le donne arrossivano e gli uomini, consumati dall’invidia, non potevano fare altro che cercare di imitarlo, il più delle volte con risultati imbarazzanti. Il profumo che emanava aleggiava nella stanza per diversi minuti una volta uscito, ricordando a tutti che era stato lì.

La pausa pranzo era il suo palcoscenico. Tutto l’ufficio riunito al solito bar e lui, al centro di tutto.
Una pacca sulla spalla al suo responsabile commentando gli avvenimenti politici in prima pagina, una battuta calcistica al collega accanito tifoso, una frase a doppio senso sussurrata all’orecchio della sua collega, solo per il gusto di vederla arrossire e abbassare lo sguardo sorridendo imbarazzata.
Era sempre al posto giusto nel momento giusto.
Una collega però non reagiva, il suo spirito con lei sembrava non avere alcun successo.

Un giovedì, mancava meno di un’ora alla fine della giornata lavorativa, lei stava terminando le ultime telefonate e rispondendo alle email dei clienti.
Una mano bussò alla porta che si aprì senza attendere risposta, entrò lui, con passo deciso e appoggiandosi alla sua scrivania le disse:
“stasera devo andare dalle tue parti, vuoi un passaggio?”
Lei accettò di buon grado, dopo tutto le faceva comodo un passaggio e lui era un buon conversatore.
Quella sera uscirono insieme dall’ufficio, sotto lo sguardo incuriosito dei colleghi e invidioso delle colleghe.

La scena si ripetè per diverse settimane.

Un venerdì sera di luglio, lei era appena uscita dalla doccia e si stava tamponando i capelli con un asciugamano, per evitare di gocciolare in giro per casa mentre ascoltava musica a tutto volume ballando.
Squillò il telefono.
Lei, cercò il telecomando dello stereo per abbassare il volume e rispose, un po’ in ritardo.
Era lui. Non le aveva mai telefonato prima, ma lei non si stupì, quel giorno non si era visto al lavoro perchè era stato in visita da un cliente. Parlando del più e del meno, vedendo che la telefonata si stava protraendo, lei prese una birra dal frigorifero, la stappò e si sedette sul divano.
Lui, sentendola bere le disse:
“Senti non mi piace parlare al telefono, perchè non ci vediamo? Magari offri una birra anche a me”.
Lei accettò e di lì a poco lui bussò alla sua porta.

Bevvero, parlarono, fumarono e bevvero ancora.

Si fece molto tardi e lui, vedendola stanca, le diede la buona notte.

“L’ultima birra?” chiese lei dirigendosi in cucina.
Lui l’afferrò da dietro per i fianchi mentre camminava e affondò il viso nei suoi capelli, li scostò e prese a baciarle il collo, lei lo lasciò fare poi si girò, lo guardò negli occhi e sul suo volto si fece strada di nuovo quel ghigno, un sorriso di vittoria e derisione.
I pochi indumenti estivi di lei caddero sul pavimento della cucina, lui l’alzò di peso e, dopo averla fatta sedere sul tavolo, prese a baciarle i seni.
Ad ogni pausa da quei baci inespressivi lei guardava quel volto senza emozioni.
Ghigno beffardo, denti perfetti, neo sullo zigomo, occhi profondi.

Quella notte fecero sesso, lei pensò che fosse più per noia che per vero trasporto, lui se ne andò soddisfatto per l’ennesima conquista.

Passarono le settimane e il loro atteggiamento in ufficio non cambiò, soliti pranzi con i colleghi infatuati dal carisma di lui, passaggi a casa in auto durante i quali non si parlò mai di quella serata.

Arrivò l’inverno, nevicò molto quell’anno.
Una sera, dopo una lunga nevicata, lui si offrì di accompagnarla a casa.
Nel tragitto verso casa prese una strada diversa dal solito.
“Con il traffico per la neve di qua facciamo prima” le disse, ma dopo poco si infilò in un vicolo buio che sbucava in un parcheggio deserto nel quale posteggiò.
“Perchè ti sei fermato qui?” chiese lei.
“C’è troppo traffico, lasciamo che defluisca un po’”.
E così dicendo le mise la mano sotto la gonna, lei gliela spinse via chiedendo che la portasse subito a casa.
Lui, ignorando le sue richieste, si avvicinò per baciarla ma vedendosi nuovamente rifiutato andò su tutte le furie, le strinse il collo con la mano destra e, aiutato dalla sua prestanza fisica, con la sinistra iniziò ad abbassarle calze e slip.
Lei non riusciva più a respirare, le sembrava di essere in una bolla di sapone, tutto era ovattato, lo sentiva solo dire “dai, tanto lo so che ti piace”, la vista le si stava annebbiando, riusciva a vedere solo quello squarcio in pieno volto.
Ghigno beffardo, denti perfetti, neo sullo zigomo, occhi profondi.

E’ tardi! E’ tardi!

 

Da giorni ormai dormo male, faccio sogni psichedelici.

Questa mattina, dopo l’ennesima notte passata a rincorrere il Bianconiglio, mi sono svegliata con la voglia di scrivere.

Poi ho compiuto il mio rituale: bidet, ascelle, viso, deodorante, mutande, calze, pantaloni, reggiseno, t-shirt, latte (soia e riso) con caffè amaro, biscotti, denti, capelli, maglia, scarpe, pranzo, sciarpa, giacca, borsa, cellulare, chiavi, ombrello, porta aperta, porta chiusa, scale, strada, auto, strada, orologio, strada, orologio, strada, orologio…

strada…

orologio…

orologio…

Forse il Bianconiglio sono io.

Tavolozza

 

Bianca la pelle.
Bianche le lenzuola.
Bianchi i denti, che si stringono al primo colpo per poi riaprirsi nel sollievo.

Rosso il segno del passaggio, il ricamo appena apparso sulla pelle.
Rossa la linfa che scorre nelle vene.
Rossa la passione.
Rosso il desiderio che soffoca e toglie il respiro tra le mani.

Blu l’abito adagiato sulla sedia.
Blu il cielo nel crepuscolo della sera.

Verde il prato che si intravede tra le tende.
Verde l’immagine che si accende e si spegne con l’aprirsi e il chiudersi delle palpebre al ritmo delle sferzate.
Verde il profumo che impregna i capelli.

Gialla la luce che avvolge la stanza.
Gialla la corda che imprigiona e libera.
Gialla la guarigione.
Gialla la voglia di essere di nuovo una tela.

Istantanee

Ho una pessima memoria. Davvero pessima.

Non ricordo i nomi delle persone, tantomeno i loro volti, non chiedetemi poi di abbinare il nome al volto perché è una delle operazioni più difficili per me, che diventa impossibile se quel volto viene estraniato dal suo contesto. Una volta non riconobbi la ragazza che lavorava al bar dove andavo ogni giorno a pranzare, solo perché la incontrai in banca, quindi fuori dal solito ambiente.

Mi ripeto di continuo che rischio di sembrare ineducata, ma la memoria non migliora.

Quando ero piccola vivevo nel terrore di andare in vacanza senza i miei genitori per paura che la lontananza da casa avrebbe potuto farmi dimenticare il loro volto.

Per questo adoro la fotografia.

Amo particolarmente le foto antiche, quelle che ritraggono  le famiglie di una volta, con tanti figli, nipoti, nonni… Tutti nella stessa inquadratura. Quelle foto un po’ scolorite, rovinate dal tempo e dalla muffa.

Mi piace immaginare le loro vite, i loro discorsi, seduti a tavola durante il pranzo della domenica.

L’attimo prima di scattare la foto, i bambini che corrono irrequieti e ridacchianti per la stanza, il capofamiglia burbero che li riprende intimandogli di stare al loro posto, il bambino più piccolo che ricaccia in gola un singhiozzo e tira su con il naso per paura di una nuova sculacciata.

Flash

E il momento resta impresso per sempre, o almeno finchè la carta e i colori non si deteriorano.

Ci sono poi quegli attimi, sono frazioni di secondo che sembrano durare una vita.

Uno sguardo.

La mano di lui che sfila la cintura dai pantaloni.

L’attrito della corda che scorre sulla pelle.

La goccia di cera che si stacca fluida dalla candela.

Un respiro nell’orecchio.

Un ceffone a mano aperta in pieno volto.

La pelle increspata da una sferzata.

Un gemito di dolore e piacere.

Istanti che non necessitano di apparecchi per essere immortalati, è sufficiente un profumo o un suono e tornano alla mente vivi e nitidi, come in una fotografia.

Obbedienza

Era aprile, una primavera di diversi anni fa, mio padre mi portò nel cortile di proprietà di un suo amico cacciatore, su un lato del cortile una grande gabbia racchiudeva una cuccia e alcune coperte su cui riposava sdraiato un bellissimo esemplare di setter irlandese femmina.
Ci guardava annoiata o rassegnata dalla sua postazione mentre il suo padrone apriva la gabbia permettendo ad una muta di cuccioli di correre fuori. Per farli giocare tirò lontano una pallina da tennis, loro prontamente si misero a rincorrerla, facendola rotolare da una parte all’altra della recinzione latrando felicemente quando cambiava direzione colpita dai loro musetti.
Il cacciatore mi rivolse la parola mentre ero intenta ad osservare quello spettacolo di zampette pelose che correvano. “Scegline uno” mi disse.
Guardai mio padre con incredulità e stupore, lui con un cenno del capo mi fece capire di avere il suo benestare. Nel frattempo un cucciolo, più grassoccio degli altri e con il pelo leggermente più chiaro, si staccò dal gruppo e si diresse verso di noi, arrivato ad un metro da me si fermò, mi guardò quasi a volermi studiare, poi riprese la sua marcia e si sdraiò sui miei piedi, pancia all’aria in attesa di coccole. “Credo di essere stata scelta prima io” dissi.
Il cucciolo era una femmina e quel pomeriggio venne a casa con noi, tremando come una foglia per tutto il tempo durante il tragitto.
Per una settimana facemmo a turno per dormire con lei, finchè non si ambientò e non fu più necessario dormire tenendole una mano sulla schiena per non farla piangere.

Io non avevo mai avuto un cane prima di allora, ero quindi piena di dubbi e insicurezze, facevamo lunghe passeggiate in mezzo ai campi ma non mi sentivo mai abbastanza sicura da lasciarla libera, senza guinzaglio, la paura che scappasse era troppo forte.
Un giorno, portandola al parco per la solita passeggiata, conobbi il padrone di un golden retriver. Mi raccontò della sua esperienza con i cani che allevava sin da piccolo.
Il suo cane lo seguiva come un’ombra, pendeva letteralmente dalle sue labbra, non aspettava altro che un suo cenno per fare qualunque cosa.
Gli chiesi come fosse riuscito ad ottenere un simile risultato, lui mi guardò con un sorrisetto malizioso e mi disse: “è molto semplice; un vero padrone non tiene il suo cane al guinzaglio per farsi ubbidire, un vero padrone riesce a liberare il suo cane per il tempo che ritiene necessario. Il suo cane sa che può correre dietro alle lepri, abbaiare agli uccellini, ma quando il padrone chiama correrà sempre da lui, perchè solo a lui deve obbedienza. Il rispetto e la devozione non si guadagnano tenendo il guinzaglio corto“.
Ogni tanto ripenso a quell’insegnamento, e apprezzo il momento in cui mi viene sganciato il guinzaglio.

Teoria del rifiuto dell’uomo interessante.

Partendo dal supposto che l’uomo interessante non abbia familiarità con il rifiuto sessuale femminile, ho elaborato una teoria secondo la quale la stronzaggine (s) della donna (D) è direttamente proporzionale al rifiuto (r) subito dall’uomo (U), ovvero:

U : D = s : r

quindi

s = Ur/D

ovviamente il valore di “s” aumenta esponenzialmente alla gravità delle variabili (v)

s = (Ur/D)v

Seguono gli esperimenti che mi hanno portato all’elaborazione della teoria.

Esperimento n° 1:

Materiale occorrente:

1 uomo affascinante, colto, divertente. (soggetto X)

Esecuzione dell’esperienza:

  • instaurare un rapporto di scambio culturale intellettualmente appagante
  • rifiutare le sue avances sessuali
  • chiedere che si possa continuare ad avere lo scambio di cui sopra

Conclusioni dell’esperimento 1:

Il soggetto X sosterrà l’impossibilità di mantenere il rapporto in quanto (diverse variabili):

  1. non crede nell’amicizia uomo-donna
  2. si è sentito preso in giro
  3. si è sentito ferito nell’orgoglio in quanto affascinante, colto, divertente e nessuna l’aveva mai rifiutato
  4. il rapporto che si era creato era “chiaramente” finalizzato al sesso e senza sesso restano solo le chiacchiere, che “chiaramente” non lo interessano.

Esperimento n° 2:

Materiale occorrente:

1 uomo affascinante, colto, divertente. (soggetto Y)

Esecuzione dell’esperienza:

  • instaurare un rapporto di scambio culturale intellettualmente appagante
  • rifiutare le sue avances sessuali
  • chiedere di interrompere la frequentazione

Conclusioni dell’esperimento 2:

Il soggetto Y sosterrà di voler mantenere il rapporto in quanto (diverse variabili):

  1. ci tiene alla vostra amicizia
  2. non pensava che foste così superficiali
  3. c’è stato sicuramente un fraintendimento e non è che perchè siete carine, colte e divertenti debbano tutti provarci con voi
  4. il rapporto che si era creato era più bello di una relazione sessuale

To die, to sleep…

To die, to sleep…
No more, and by a sleep to say we end
The heartache and the thousand natural shocks
That flesh is heir to: ’tis a consummation
Devoutly to be wished. To die, to sleep.
To sleep, perchance to dream. Ay, there’s the rub,
For in that sleep of death what dreams may come
When we have shuffled off this mortal coil
Must give us pause.

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Morire, dormire…
nient’altro, e con un sonno dire che poniamo fine
al dolore del cuore e ai mille tumulti naturali
di cui è erede la carne: è una conclusione
da desiderarsi devotamente. Morire, dormire.
Dormire, forse sognare. Sì, qui è l’ostacolo,
perché in quel sonno di morte quali sogni possano venire
dopo che ci siamo cavati di dosso questo groviglio mortale
deve farci esitare.

In attesa

Cammino con i miei auricolari nelle orecchie, cammino guardandomi i piedi che calpestano le foglie rossastre, rapita dalla musica non bado a ciò che capita intorno, al traffico o alle persone che incontro, semplicemente cammino.

Arrivo alla fermata dell’autobus e appoggio la schiena contro il muretto in attesa.

Semaforo verde, le auto sfrecciano attraversando l’incrocio, chissà dove vanno, chissà se li conosco o mai li conoscerò, chissà cosa stanno ascoltando.

Semaforo giallo, le auto si affrettano cercando di sfruttare l’ultimo millesimo di secondo disponibile, per poi fermarsi, inesorabilmente, 50 metri dopo al semaforo successivo. Perchè vi affannate tanto?

Semaforo rosso, c’è un Suv palesemente irrequieto, immagino che abbia un appuntamento con l’amante, poche decine di minuti prima che rientri il marito, ogni attimo è prezioso. Non preoccuparti Signor Suv, il marito farà tardi ufficialmente trattenuto al lavoro per una riunione, ufficiosamente sta cercando serenità tra le gambe di Marisa, la cartolaia all’angolo.

Un autobus in lontananza, si avvicina, non è il mio. Scende una fiumana di gente, spintonandosi e borbottando. Studentelli ridono sguaiatamente.

Semaforo verde, il Signor Suv sgomma verso la sua mezz’ora di gloria.

Semaforo giallo, un vecchietto col cappello inizia a rallentare e si ferma prima del previsto bloccando tutta la corsia, orde di clacson infuriati lo ricoprono di insulti, lui sorride guardando lo specchietto retrovisore e godendo della sua pazienza.

Semaforo rosso, una bionda in smart si mette il rossetto parlando al cellulare, mi piace pensare che sia in linea con il Signor Suv.

L’autobus è arrivato, aiuto a scendere una vecchina con le borse della spesa, salgo e mi siedo nel mio posto preferito, dietro l’autista.

Semaforo verde, il vecchietto col cappello fatica a mettere la marcia e fa spegnere l’auto, soliti clacson strombazzanti invadono l’aria. La bionda fresca di trucco nel tentativo di sorpassarlo perde il cellulare che le finisce sotto il sedile, non si possono fare troppe cose contemporaneamente.

Mi rilasso aspettando che arrivi il momento di scendere, nel frattempo osservo le vite che mi passano accanto.