Sogno o son desta? – 1° parte – La biblioteca

La casa era di proprietà della mia famiglia da tre generazioni, il mio bisnonno la fece edificare intorno al 1890 su un terreno vinto al gioco, appena fuori dalla città.

Fu solo l’inizio di una serie di fortune che colpirono la mia famiglia, l’agiatezza economica che ne conseguì permise a mio nonno di iniziare la costruzione di una bellissima biblioteca nella parte più suggestiva della casa.

Alla morte di mia madre mi ci trasferii con il mio compagno, decidendo di mantenere lo stile liberty degli arredi ereditati e arricchendo la collezione di volumi della biblioteca che ormai consta di circa 8000 libri, alcuni di questi molto rari, se non unici.

Probabilmente il mio trisavolo aveva un gusto bizzarro in materia di architettura, oppure era stato semplicemente mal consigliato dagli arredatori dell’epoca; lo si può notare dalla disposizione delle camere da letto. Una delle stanze degli ospiti infatti, adiacente a quella padronale, era allestita nella parte che sarebbe stata più consono utilizzare come studio, essendo divisa dalla biblioteca unicamente da 4 gradini e un parapetto.

La biblioteca infatti si trova ad un piano rialzato rispetto alle altre stanze. Devo ammettere che l’effetto che ci si trova davanti entrando nella camera degli ospiti è decisamente emozionante: sulla destra dell’ingresso un letto semplice, grande per una sola persona ma non sufficiente ad accoglierne due, un comodino e un armadio in noce. Sulla sinistra una scrivania ed un appendiabiti. A pochi passi, di fronte all’ingresso, vi è un parapetto in legno a circa un metro da terra, interrotto da una piccola scala di 4 gradini che dà l’accesso all’ambiente della biblioteca. A destra e a sinistra solo libri ordinati sugli scaffali, mentre di fronte una vetrata liberty con motivi floreali disegnati nel vetro dal ferro battuto, occupa l’intera parete.

La luce entra prepotentemente nell’ambiente, illuminandolo ed esaltando la sua imponenza. La vista che si scorge all’esterno non è da meno.

Mio padre, grande appassionato di botanica, negli anni ’70 diede l’incarico ad un architetto di esterni per progettare un giardino di ispirazione esotica.

Un piccolo ruscello serpeggia tra le aiuole di pepe messicano, tetradenia, acalifa e poinciana per poi tuffarsi in uno stagno circondato da bambù, sulla cui superficie tra maggio e giugno si possono ammirare i fiori celesti di ninfea, leggendo un libro cullati dal canto gracidante delle rane.

Avevo circa 15 anni quando mio padre organizzò una cena con i soci del circolo di botanica e mi presentò colui che tutti chiamavano Professore.

Un uomo che io, con i miei occhi di adolescente, vedevo quasi anziano, ma che non aveva più di 35 anni.

Era alto quanto mio padre, capelli neri, ordinati in un taglio retrò, occhi profondi incorniciati da occhiali gli conferivano un’aria severa; ciononostante ad ogni sua battuta tutti i suoi interlocutori ridevano, rivelando un senso dell’umorismo che a causa della mia giovane età non comprendevo ancora.

Il suo accento, provato dalla lunga permanenza al nord, rivelava comunque le sue origini, la “r” squillante sottolineava elegantemente i suoi modi raffinati.

La seconda volta in cui lo incontrai fu 5 anni dopo al funerale di mio padre. L’argento sulle tempie testimoniava gli anni trascorsi. Se ne stava in disparte, con le mani nelle tasche del cappotto grigio fumo e un’espressione sul volto della stessa tonalità. Si avvicinò a me e a mia madre solo per farci le condoglianze e si allontanò in silenzio, una volta terminata la funzione.

La scorsa estate ricevetti una telefonata, quando risposi mi ci vollero diversi secondi prima di capire di chi fosse la voce all’altro capo del telefono. La cadenza era inconfondibile però, si trattava del Professore.

Buongiorno cara… Come stai?

Oh Professore! Bene, lei?

Sono molto preso dai miei studi. Ti chiamo proprio in merito a questo; ricordo che tuo padre mi mostrò alcuni volumi della vostra biblioteca, volumi rari, che avrei piacere di poter consultare. Naturalmente solo se la cosa non causa disturbo a te e alla tua famiglia

Ci mancherebbe! Ricordo bene quanto mio padre la stimasse, la porta della mia casa e della biblioteca saranno sempre aperte per lei!

Che gioia sentirti pronunciare queste parole, sei proprio la degna erede di tuo padre!

Grazie Professore, se vuole raggiungerci per il fine settimana le faccio preparare la camera degli ospiti, così potrà studiare indisturbato.

Certo cara… Preparo le mie carte e la borsa e vi raggiungo volentieri

Il giorno dopo, in tarda mattinata, un taxi si fermò nel vialetto, un uomo scese dall’auto e di diresse verso la casa. Man mano che si avvicinava mi fu sempre più chiaro che sembrava lo stesso uomo che vidi allontanarsi in silenzio 10 anni prima, la stessa camminata elegante e lo stesso sguardo severo, espressione che si allontanò per un attimo, cancellata da un sorriso di saluto quando mi vide alla finestra, non era cambiato affatto.

Gli andai ad aprire e lo salutai, forse un po’ troppo calorosamente, con un abbraccio.

Lo feci accomodare nella sua stanza, dalla quale non uscì fino all’ora di cena.

Mangiammo chiacchierando amabilmente, parlammo di viaggi e di cinema bevendo un whisky di Oban acquistato durante uno dei suoi ultimi viaggi.

Si fece molto tardi e ci salutammo per la notte.

Una volta in camera, il mio compagno prese subito sonno. Io, al contrario, continuavo a girarmi nel letto senza riuscire a rilassarmi. La luce della luna piena passava sotto la porta che dava nella stanza degli ospiti ed era come se mi chiamasse.

Mi alzai, forse ancora un po’ alticcia per via dell’alcol, aprii piano la porta e mi fermai di fianco al letto sul quale riposava il Professore.

La luce della luna entrava dalla grande vetrata illuminando la stanza di un bagliore argenteo.

Fui tentata di svegliarlo per continuare a parlare ma decisi di sedermi sui gradini in legno, la posizione mi permetteva di ammirare i libri illuminati dalla luna piena, i miei occhi correvano dalle copertine al viso del Professore addormentato, alle sue mani adagiate sul letto candido.

Guardando i riflessi di luce sul parquet il tempo sembrava dilatarsi e perdere valore, mi accorsi di desiderare che il Professore non se ne andasse più. Persa in questi pensieri notai come una specie di vapore prendere forma dai riflessi della luna e salendo dal pavimento farsi sempre più solido. Acquistando consistenza, salendo verso l’alto, si formarono delle vesti lucenti e una figura femminile prese corpo al loro interno.

La donna, che sembrava fatta di vapore, fluttuò verso di me e mi tese la mano.

Vieni con me” bisbigliò prendendomi la mano

Ebbi un tuffo al cuore e mi svegliai di soprassalto da quello che evidentemente era stato solo un sogno. Nel pugno chiuso stringevo un bocciolo di Laelia Anceps.

[…continua…]

Lo Stregatto

 

Così lei lo ricordava, uno squarcio in pieno volto.
Si potrebbe forse chiamare sorriso, anche se era più simile ad un ghigno malefico, ad un’espressione beffarda.
Stirando le labbra sottili in quella smorfia esponeva i suoi denti, bianchi, perfetti, mettendo in evidenza quel suo segno distintivo, un neo sullo zigomo sinistro.
Lo sguardo passava così dalla bocca, al neo agli occhi.
Quegli occhi, neri, profondi come un pozzo senza fine, ingoiavano le emozioni altrui senza restituirne alcuna. Gli angoli esterni si ricamavano di rughe quando quell’espressione di derisione appariva sul suo volto.
Da questa descrizione si potrebbe forse pensare che non fosse affascinante, niente di più lontano dalla realtà.
Il suo fisico statuario era sempre racchiuso in abiti firmati all’ultima moda, quando entrava in ufficio il suo carisma creava una sorta di vuoto che risucchiava come un vortice tutti gli sguardi, le donne arrossivano e gli uomini, consumati dall’invidia, non potevano fare altro che cercare di imitarlo, il più delle volte con risultati imbarazzanti. Il profumo che emanava aleggiava nella stanza per diversi minuti una volta uscito, ricordando a tutti che era stato lì.

La pausa pranzo era il suo palcoscenico. Tutto l’ufficio riunito al solito bar e lui, al centro di tutto.
Una pacca sulla spalla al suo responsabile commentando gli avvenimenti politici in prima pagina, una battuta calcistica al collega accanito tifoso, una frase a doppio senso sussurrata all’orecchio della sua collega, solo per il gusto di vederla arrossire e abbassare lo sguardo sorridendo imbarazzata.
Era sempre al posto giusto nel momento giusto.
Una collega però non reagiva, il suo spirito con lei sembrava non avere alcun successo.

Un giovedì, mancava meno di un’ora alla fine della giornata lavorativa, lei stava terminando le ultime telefonate e rispondendo alle email dei clienti.
Una mano bussò alla porta che si aprì senza attendere risposta, entrò lui, con passo deciso e appoggiandosi alla sua scrivania le disse:
“stasera devo andare dalle tue parti, vuoi un passaggio?”
Lei accettò di buon grado, dopo tutto le faceva comodo un passaggio e lui era un buon conversatore.
Quella sera uscirono insieme dall’ufficio, sotto lo sguardo incuriosito dei colleghi e invidioso delle colleghe.

La scena si ripetè per diverse settimane.

Un venerdì sera di luglio, lei era appena uscita dalla doccia e si stava tamponando i capelli con un asciugamano, per evitare di gocciolare in giro per casa mentre ascoltava musica a tutto volume ballando.
Squillò il telefono.
Lei, cercò il telecomando dello stereo per abbassare il volume e rispose, un po’ in ritardo.
Era lui. Non le aveva mai telefonato prima, ma lei non si stupì, quel giorno non si era visto al lavoro perchè era stato in visita da un cliente. Parlando del più e del meno, vedendo che la telefonata si stava protraendo, lei prese una birra dal frigorifero, la stappò e si sedette sul divano.
Lui, sentendola bere le disse:
“Senti non mi piace parlare al telefono, perchè non ci vediamo? Magari offri una birra anche a me”.
Lei accettò e di lì a poco lui bussò alla sua porta.

Bevvero, parlarono, fumarono e bevvero ancora.

Si fece molto tardi e lui, vedendola stanca, le diede la buona notte.

“L’ultima birra?” chiese lei dirigendosi in cucina.
Lui l’afferrò da dietro per i fianchi mentre camminava e affondò il viso nei suoi capelli, li scostò e prese a baciarle il collo, lei lo lasciò fare poi si girò, lo guardò negli occhi e sul suo volto si fece strada di nuovo quel ghigno, un sorriso di vittoria e derisione.
I pochi indumenti estivi di lei caddero sul pavimento della cucina, lui l’alzò di peso e, dopo averla fatta sedere sul tavolo, prese a baciarle i seni.
Ad ogni pausa da quei baci inespressivi lei guardava quel volto senza emozioni.
Ghigno beffardo, denti perfetti, neo sullo zigomo, occhi profondi.

Quella notte fecero sesso, lei pensò che fosse più per noia che per vero trasporto, lui se ne andò soddisfatto per l’ennesima conquista.

Passarono le settimane e il loro atteggiamento in ufficio non cambiò, soliti pranzi con i colleghi infatuati dal carisma di lui, passaggi a casa in auto durante i quali non si parlò mai di quella serata.

Arrivò l’inverno, nevicò molto quell’anno.
Una sera, dopo una lunga nevicata, lui si offrì di accompagnarla a casa.
Nel tragitto verso casa prese una strada diversa dal solito.
“Con il traffico per la neve di qua facciamo prima” le disse, ma dopo poco si infilò in un vicolo buio che sbucava in un parcheggio deserto nel quale posteggiò.
“Perchè ti sei fermato qui?” chiese lei.
“C’è troppo traffico, lasciamo che defluisca un po’”.
E così dicendo le mise la mano sotto la gonna, lei gliela spinse via chiedendo che la portasse subito a casa.
Lui, ignorando le sue richieste, si avvicinò per baciarla ma vedendosi nuovamente rifiutato andò su tutte le furie, le strinse il collo con la mano destra e, aiutato dalla sua prestanza fisica, con la sinistra iniziò ad abbassarle calze e slip.
Lei non riusciva più a respirare, le sembrava di essere in una bolla di sapone, tutto era ovattato, lo sentiva solo dire “dai, tanto lo so che ti piace”, la vista le si stava annebbiando, riusciva a vedere solo quello squarcio in pieno volto.
Ghigno beffardo, denti perfetti, neo sullo zigomo, occhi profondi.