To die, to sleep…

To die, to sleep…
No more, and by a sleep to say we end
The heartache and the thousand natural shocks
That flesh is heir to: ’tis a consummation
Devoutly to be wished. To die, to sleep.
To sleep, perchance to dream. Ay, there’s the rub,
For in that sleep of death what dreams may come
When we have shuffled off this mortal coil
Must give us pause.

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Morire, dormire…
nient’altro, e con un sonno dire che poniamo fine
al dolore del cuore e ai mille tumulti naturali
di cui è erede la carne: è una conclusione
da desiderarsi devotamente. Morire, dormire.
Dormire, forse sognare. Sì, qui è l’ostacolo,
perché in quel sonno di morte quali sogni possano venire
dopo che ci siamo cavati di dosso questo groviglio mortale
deve farci esitare.

In attesa

Cammino con i miei auricolari nelle orecchie, cammino guardandomi i piedi che calpestano le foglie rossastre, rapita dalla musica non bado a ciò che capita intorno, al traffico o alle persone che incontro, semplicemente cammino.

Arrivo alla fermata dell’autobus e appoggio la schiena contro il muretto in attesa.

Semaforo verde, le auto sfrecciano attraversando l’incrocio, chissà dove vanno, chissà se li conosco o mai li conoscerò, chissà cosa stanno ascoltando.

Semaforo giallo, le auto si affrettano cercando di sfruttare l’ultimo millesimo di secondo disponibile, per poi fermarsi, inesorabilmente, 50 metri dopo al semaforo successivo. Perchè vi affannate tanto?

Semaforo rosso, c’è un Suv palesemente irrequieto, immagino che abbia un appuntamento con l’amante, poche decine di minuti prima che rientri il marito, ogni attimo è prezioso. Non preoccuparti Signor Suv, il marito farà tardi ufficialmente trattenuto al lavoro per una riunione, ufficiosamente sta cercando serenità tra le gambe di Marisa, la cartolaia all’angolo.

Un autobus in lontananza, si avvicina, non è il mio. Scende una fiumana di gente, spintonandosi e borbottando. Studentelli ridono sguaiatamente.

Semaforo verde, il Signor Suv sgomma verso la sua mezz’ora di gloria.

Semaforo giallo, un vecchietto col cappello inizia a rallentare e si ferma prima del previsto bloccando tutta la corsia, orde di clacson infuriati lo ricoprono di insulti, lui sorride guardando lo specchietto retrovisore e godendo della sua pazienza.

Semaforo rosso, una bionda in smart si mette il rossetto parlando al cellulare, mi piace pensare che sia in linea con il Signor Suv.

L’autobus è arrivato, aiuto a scendere una vecchina con le borse della spesa, salgo e mi siedo nel mio posto preferito, dietro l’autista.

Semaforo verde, il vecchietto col cappello fatica a mettere la marcia e fa spegnere l’auto, soliti clacson strombazzanti invadono l’aria. La bionda fresca di trucco nel tentativo di sorpassarlo perde il cellulare che le finisce sotto il sedile, non si possono fare troppe cose contemporaneamente.

Mi rilasso aspettando che arrivi il momento di scendere, nel frattempo osservo le vite che mi passano accanto.

Cielo di piombo

Devo dire che questo periodo dell’anno mi piace, nonostante ci siano diversi motivi per detestarlo.
L’estate è terminata inesorabilmente ed ha portato via con sé le belle giornate che ormai sembrano un antico ricordo.
L’umidità incredibile di questi giorni increspa i miei capelli facendomi somigliare ad Angelo Branduardi ma purtroppo non mi dona il suo talento.
Tra poco più di un mese è il mio compleanno, ricorrenza che detesto perché mi ricorda del tempo passato e di quanto poco abbia realizzato in questi anni.
Il freddo che ormai è arrivato e l’impossibilità di accendere il riscaldamento, mi impediscono di girare nuda per casa.

D’altro canto i lati positivi sono quasi imbattibili.
Stare a letto sotto le coperte in compagnia di un buon libro.
Accendere il forno per cucinare i miei manicaretti.
Potersi vestire senza lasciare intravedere i rotolini di ciccia causati dai manicaretti di cui sopra.

… e la nebbia.

Adoro la nebbia, rende tutto ovattato, ingoia i rumori, dilata il tempo e mi fa venire in mente questa canzone.

Ciò che deve accadere, accade.

C’è chi lo chiama fato o destino e chi lo chiama Dio.

Credo non sia importante dare un nome a chi manovra i fili delle nostre vite, facendoci somigliare a buffi burattini intenti a raggiungere il nostro scopo, è molto più importante capire quale sia questo scopo.

Probabilmente la maggior parte di noi risponderebbe “la felicità”, ma si può parlare di felicità in senso assoluto? Esiste un concetto universale di felicità?

Per me la felicità è un cielo azzurro, con quelle nubi basse, gonfie e morbide come la panna.

La felicità è sdraiarsi su un prato, ammirando quelle nubi muoversi, potendosi permettere di non prestare attenzione all’orologio.

Parallelamente allo scorrere di quelle nuvole nel cielo, sento scorrere la mia vita, governata da quei fili invisibili, costantemente alla ricerca di una mano amica che sappia guidarmi alla ricerca della mia vera identità. Forse è questo il mio scopo.

A volte ho l’impressione che quella mano sia così vicina da poterla sfiorare. Le vite si intrecciano in un indefinito gomitolo di esperienze.

Molte più cose ben più sorprendenti vengono in visita imprevedibili

Percorsi incomprensibili tracciano alfine la nostra vita irriducibili… irriducibili… irriducibili

Ciò che deve accadere, accade