Come una barca sul lago

Ho in mente l’immagine del pontile di un lago circondato dalla nebbia, le acque attorno sono uno specchio, nessuna increspatura sulla superficie. Sembra quasi di poter ascoltare il silenzio e la quiete di quei luoghi, di poter sentire l’odore dell’umidità, del legno e delle alghe che affiorano sulla riva del lago.

Il pensiero vola a poche ore fa.
Ero nuda, appena uscita dal bagno e lui mi attendeva con un rotolo di pellicola trasparente, di quelli che si utilizzano per conservare i cibi in frigorifero. Mi ha chiesto di stendere le braccia lungo i fianchi, le mani con i palmi poggiati sulle cosce, ero così immobile in piedi e lui iniziava ad avvolgere la pellicola intorno al mio corpo.
La situazione aveva un qualcosa di buffo, forse mi è scappata anche qualche risatina; mi scappano sempre quando sono divertita, o nervosa, o eccitata, o tutte queste cose insieme.
I suoni sono terminati quando è arrivato ad avvolgermi la testa, la pellicola sul viso, gli occhi chiusi, la bocca aperta per cercare di respirare l’ultimo briciolo di aria disponibile.
Adesso mi fa respirare, vero?
Adesso la buca, vero?
Sì, l’ha bucata quasi subito, un buco preciso per liberarmi la bocca, da cui ho continuato a respirare. Il rumore della pellicola che si srotolava e mi avvolgeva diventava sempre più ovattato ad ogni strato.
Provavo a muovere una mano, niente, non ci riuscivo, ero completamente immobile e impossibilitata nei movimenti.
La mia fiducia in lui ha iniziato a vacillare, pensieri oscuri iniziavano ad offuscarmi la mente, come la nebbia vela l’orizzonte del lago.
Mentre ero impegnata a tenere a bada quei pensieri lui mi ha adagiato delicatamente sul letto, ogni idea negativa mi ha abbandonata con la stessa velocità con la quale era apparsa.
Assaporavo quel momento fluttuando nella nebbia che mi avvolgeva, galleggiando sulle coperte morbide.
Picchi brucianti di cera bollente mi risvegliavano da quel torpore, cadendo con cadenze regolari sui capezzoli e sul sesso, attraverso i buchi che lui aveva praticato nella pellicola.
I pensieri negativi erano scomparsi e avevano lasciato il posto alla pace, alla tranquillità e al senso di protezione, come un bruco nel suo bozzolo in procinto di compiere la trasformazione.
Un suo sussurro, parole soffiate e vibranti, mi hanno fatto rinascere, squarciando il mio involucro con tutta la forza che avevo a disposizione. Prima le braccia, la pancia, il petto e finalmente la testa, il naso, gli occhi.
Profumo di canapa e sudore, saliva, labbra e pelle.
Stremata fluttuavo, come la barca sul lago.

Specchi

We are such stuff as dreams are made on, and our little life is rounded with a sleep.
[Shakespeare]

Non so di quale materia sia fatto un sogno, ma quando i miei occhi incontrarono i suoi, in quel preciso istante, tutto mi sembrò chiarissimo. Tutto l’universo si rispecchiava nei suoi occhi, guardando le sue pupille seppi che la sostanza che ci costituisce è la medesima.
La conferma mi arrivò nel momento in cui iniziai a respirarlo.
Sì perchè io lo RESPIRO, non si tratta di un semplice odorare, quello lo si fa con i fiori, o con il cibo, il suo profumo è energia vitale, entra nelle mie narici per poi espandersi nei polmoni, e raggiungere ogni cellula del mio corpo.

In realtà ogni momento è una conferma, ogni attimo in cui la sua frusta colpisce la mia pelle sento che i segni saranno indelebili, in ogni istante in cui la sua carne incontra la mia ho la certezza che si stia verificando un processo di osmosi; i nostri sogni si fondono e si confondono, le nostre speranze si uniscono e l’universo non è più un mistero.

Lo specchio non esiste senza qualcuno che vi si rifletta.
[Michelangelo Pistoletto]

…e io non esisto senza di Lui.

連合の踊り – Danza dell’unione

 

Una richiesta, arrivata inaspettata come una doccia fredda, le aspettative che si alzano sfidando il mio senso del pudore e l’autostima, giocando con il mio imbarazzo.

“Balla per me”

Un rifiuto, frutto di quella vergogna che credevo essere insuperabile, che rendeva impossibile mettersi in gioco come lui mi aveva chiesto.
Smarrimento e delusione, prima di tutto verso me stessa, per aver rinunciato senza neanche provare.

Voglia di stupirlo, di renderlo orgoglioso e fiero di avermi scelta.

Ho deciso che l’avrei fatto, gli avrei mostrato una me che era sempre stata nascosta anche ai miei stessi occhi, mi sarei esposta rendendolo partecipe di una parte della mia vita che non conosceva e che io avevo sepolto.

L’ambientazione sarebbe stata sicuramente il Giappone, paese che amiamo e che ci ha dato spesso modo di parlare, scambiare conoscenze, esperienze e passioni.
La base musicale è stata una scelta semplice, il tema di un film che mi ricordava i nostri primi scambi di parole.
I movimenti avrebbero mostrato la mia passione per lui e per quell’arte marziale praticata per tanti anni, movimenti con i quali potermi sentire a mio agio e allo stesso tempo raccontarmi.

Una grande sciarpa nera usata come metafora, la corazza che mi ha sempre accompagnato, coperto, rassicurato, difeso dagli altri e da me stessa.

Messa in ginocchio dagli eventi, indosso il mio guscio. Passi lenti, morbidi, quasi a sgranchire le ossa e stirare i muscoli troppo a lungo tenuti rannicchiati.
Movimenti circolari, piedi striscianti da non alzare per non perdere l’equilibrio, come insegnava il Maestro.

La difesa usata come attacco, la forza dell’altro portata a proprio vantaggio.

Movimenti fluidi che terminano, lasciandomi nuovamente accovacciata, questa volta non sfinita dalle delusioni ma per offrirsi e offrire la mia armatura a Lui.

Burattina

 

Pensavo ancora a quel fruscìo.

Il fruscìo che senti quando sei immersa nel silenzio della stanza e con gli occhi chiusi attendi.
Poi eccola.
Lei, la corda, è ruvida e preme sulla pelle come le unghie di una mano che non vuole lasciarti andare.
La senti scorrere in superficie come se non avesse una fine, piano… Poi veloce, ti scalda, ti brucia.
Sinuosa si muove sul tuo corpo cercando nuovi anfratti in cui immergersi, e si annoda.
Ti stringe tra le sue spire cercando di contenere la tua anima prima del tuo corpo.
Ti senti costretta in quel corpo che non è più il tuo, ti senti legare anche dentro, il cuore e i pensieri.
Ora sì, sei davvero libera.

Tavolozza

 

Bianca la pelle.
Bianche le lenzuola.
Bianchi i denti, che si stringono al primo colpo per poi riaprirsi nel sollievo.

Rosso il segno del passaggio, il ricamo appena apparso sulla pelle.
Rossa la linfa che scorre nelle vene.
Rossa la passione.
Rosso il desiderio che soffoca e toglie il respiro tra le mani.

Blu l’abito adagiato sulla sedia.
Blu il cielo nel crepuscolo della sera.

Verde il prato che si intravede tra le tende.
Verde l’immagine che si accende e si spegne con l’aprirsi e il chiudersi delle palpebre al ritmo delle sferzate.
Verde il profumo che impregna i capelli.

Gialla la luce che avvolge la stanza.
Gialla la corda che imprigiona e libera.
Gialla la guarigione.
Gialla la voglia di essere di nuovo una tela.

Istantanee

Ho una pessima memoria. Davvero pessima.

Non ricordo i nomi delle persone, tantomeno i loro volti, non chiedetemi poi di abbinare il nome al volto perché è una delle operazioni più difficili per me, che diventa impossibile se quel volto viene estraniato dal suo contesto. Una volta non riconobbi la ragazza che lavorava al bar dove andavo ogni giorno a pranzare, solo perché la incontrai in banca, quindi fuori dal solito ambiente.

Mi ripeto di continuo che rischio di sembrare ineducata, ma la memoria non migliora.

Quando ero piccola vivevo nel terrore di andare in vacanza senza i miei genitori per paura che la lontananza da casa avrebbe potuto farmi dimenticare il loro volto.

Per questo adoro la fotografia.

Amo particolarmente le foto antiche, quelle che ritraggono  le famiglie di una volta, con tanti figli, nipoti, nonni… Tutti nella stessa inquadratura. Quelle foto un po’ scolorite, rovinate dal tempo e dalla muffa.

Mi piace immaginare le loro vite, i loro discorsi, seduti a tavola durante il pranzo della domenica.

L’attimo prima di scattare la foto, i bambini che corrono irrequieti e ridacchianti per la stanza, il capofamiglia burbero che li riprende intimandogli di stare al loro posto, il bambino più piccolo che ricaccia in gola un singhiozzo e tira su con il naso per paura di una nuova sculacciata.

Flash

E il momento resta impresso per sempre, o almeno finchè la carta e i colori non si deteriorano.

Ci sono poi quegli attimi, sono frazioni di secondo che sembrano durare una vita.

Uno sguardo.

La mano di lui che sfila la cintura dai pantaloni.

L’attrito della corda che scorre sulla pelle.

La goccia di cera che si stacca fluida dalla candela.

Un respiro nell’orecchio.

Un ceffone a mano aperta in pieno volto.

La pelle increspata da una sferzata.

Un gemito di dolore e piacere.

Istanti che non necessitano di apparecchi per essere immortalati, è sufficiente un profumo o un suono e tornano alla mente vivi e nitidi, come in una fotografia.

Obbedienza

Era aprile, una primavera di diversi anni fa, mio padre mi portò nel cortile di proprietà di un suo amico cacciatore, su un lato del cortile una grande gabbia racchiudeva una cuccia e alcune coperte su cui riposava sdraiato un bellissimo esemplare di setter irlandese femmina.
Ci guardava annoiata o rassegnata dalla sua postazione mentre il suo padrone apriva la gabbia permettendo ad una muta di cuccioli di correre fuori. Per farli giocare tirò lontano una pallina da tennis, loro prontamente si misero a rincorrerla, facendola rotolare da una parte all’altra della recinzione latrando felicemente quando cambiava direzione colpita dai loro musetti.
Il cacciatore mi rivolse la parola mentre ero intenta ad osservare quello spettacolo di zampette pelose che correvano. “Scegline uno” mi disse.
Guardai mio padre con incredulità e stupore, lui con un cenno del capo mi fece capire di avere il suo benestare. Nel frattempo un cucciolo, più grassoccio degli altri e con il pelo leggermente più chiaro, si staccò dal gruppo e si diresse verso di noi, arrivato ad un metro da me si fermò, mi guardò quasi a volermi studiare, poi riprese la sua marcia e si sdraiò sui miei piedi, pancia all’aria in attesa di coccole. “Credo di essere stata scelta prima io” dissi.
Il cucciolo era una femmina e quel pomeriggio venne a casa con noi, tremando come una foglia per tutto il tempo durante il tragitto.
Per una settimana facemmo a turno per dormire con lei, finchè non si ambientò e non fu più necessario dormire tenendole una mano sulla schiena per non farla piangere.

Io non avevo mai avuto un cane prima di allora, ero quindi piena di dubbi e insicurezze, facevamo lunghe passeggiate in mezzo ai campi ma non mi sentivo mai abbastanza sicura da lasciarla libera, senza guinzaglio, la paura che scappasse era troppo forte.
Un giorno, portandola al parco per la solita passeggiata, conobbi il padrone di un golden retriver. Mi raccontò della sua esperienza con i cani che allevava sin da piccolo.
Il suo cane lo seguiva come un’ombra, pendeva letteralmente dalle sue labbra, non aspettava altro che un suo cenno per fare qualunque cosa.
Gli chiesi come fosse riuscito ad ottenere un simile risultato, lui mi guardò con un sorrisetto malizioso e mi disse: “è molto semplice; un vero padrone non tiene il suo cane al guinzaglio per farsi ubbidire, un vero padrone riesce a liberare il suo cane per il tempo che ritiene necessario. Il suo cane sa che può correre dietro alle lepri, abbaiare agli uccellini, ma quando il padrone chiama correrà sempre da lui, perchè solo a lui deve obbedienza. Il rispetto e la devozione non si guadagnano tenendo il guinzaglio corto“.
Ogni tanto ripenso a quell’insegnamento, e apprezzo il momento in cui mi viene sganciato il guinzaglio.

Non sono normale!

Normale: Che segue la norma, conforme alla norma, quindi consueto, ordinario, regolare.

Ho passato l’infanzia senza bambole, giocando a calcio con mio fratello e i suoi amici.

Scavavo buche nel terreno in prossimità dei formicai per vedere come vivevano le formiche, sperando di trovarvi all’interno dei piccoli divanetti, minuscoli lettini, o almeno delle stoviglie per preparare da mangiare per la truppa intenta alla partenza per la ricerca di altro cibo.

Salvavo le lumache con il guscio rotto dalla grandinata, le portavo a casa, adagiandole in una scatola per scarpe, allestita con tutti i comfort lumacosi e poi, non appena il guscio si riparava, le rimettevo in libertà sul prato, salutandole con un “ciao ciao” della manina.

Ho pianto, di un pianto disperato, quando mia zia, pensando di farmi cosa gradita, mi portò al circo. Non ressi alla vista dell’orso incatenato, vestito da pagliaccio e scappai via in lacrime.

Non sei normale!

Avevo 10 anni, in estate la zia mi invitò al mare, un mese in campeggio.

Il campeggio è una grande famiglia, persone che vanno e vengono, amici che si fermano a prendere il caffè, vicini che ridono giocando a carte. C’era un’amaca, le estremità erano legate a due degli alberi che delimitavano la nostra piazzola, creando una sorta di confine con quella del vicino.

Lui, il vicino, avrà avuto una quarantina d’anni, la pelle era ambrata per via dell’esposizione al sole, i capelli mossi e scuri, non troppo corti, gli ricadevano sulla fronte e si muovevano grazie alla brezza marina.

Gli occhi verdi, brillanti, mi guardavano mentre mi dondolavo sull’amaca.

Ricordo chiaramente il suo costume blu e il giorno in cui immaginai di sedermi sulle sue gambe, sentendo quel costume sfregare sul mio e le sue mani sulle mie cosce. Sapevo quanto fossero sporchi quei pensieri e desiderai crescere in fretta.

Non sei normale!

Crebbi.

Passai l’adolescenza rifuggendo tutto ciò che era caro alle mie coetanee: la musica da discoteca, le feste, i ragazzi.

Ascoltavo i Pink Floyd e i Led Zeppelin leggendo poesie.

Avevo due amiche, con loro facevo passeggiate interminabili per poi fermarci a leggere sulla sponda del fiume.

Si parlava anche di sesso, di quelle che a 14 anni erano ancora solo fantasie. Le mie amiche sognavano una prima volta romantica con le candele e tutti i cliché, il principe azzurro, l’uomo da sposare e vivere per sempre felici e contenti.

Io no, mi vergognavo dei miei pensieri, sognavo di venire legata e posseduta brutalmente. Non gliene parlai mai, ma conoscevo la risposta qualora l’avessi fatto.

Non sei normale!

Normale: In alpinismo, l’itinerario di salita più frequentemente seguito, e in genere il più facile, per raggiungere la vetta di un monte.

La mia vita non è facile, non la rendo facile, non seguo l’itinerario degli altri. Voglio sperimentare nuovi percorsi per arrivare alla mia vetta.

E no, decisamente non sono normale.

Non è latte

Ripenso spesso a quella mattina, l’ultima volta che lo vidi.

Solita routine: una doccia veloce, due spruzzate di deodorante, abiti casual come da abitudine per andare in ufficio.

Particolare attenzione per la biancheria intima? No, forse un po’ per provocare una sua reazione, o semplicemente per restare fedele alla mia teoria secondo cui se sei troppo curata ai primi incontri si aspetterà di vederti così sempre, e rimarrà deluso se quell’estrema cura venisse meno.

Un trucco leggero, ma sufficiente per non apparire sciatta. Indosso il collare che mi ha regalato l’ultima volta che ci siamo incontrati, un sottile collare di pelle nera, di quelli per i cani di piccola taglia, sotto la giacca non si noterà.

Non riesco a fare colazione, ho lo stomaco chiuso dall’ansia. Respiri profondi prima di lavarmi i denti e uscire.

Arrivo un po’ in anticipo, lui no, è in ritardo, forse vuole mettermi alla prova. Non importa, aspetterò.

Ho il telefono scarico e, come sempre quando ne ho bisogno, si spegnerà. Metto di nuovo il rossetto, e nuovamente lo mangerò, mordicchiandomi le labbra nell’attesa.

Guardo gli specchietti retrovisori, la gente attraversa la strada e non si cura di me.

Arriverà?

Sì, è arrivato. Lo vedo in lontananza, ha con se una scatola voluminosa, mi sorride e gli vado incontro.

“Mi aiuti! Porti la scatola!”

Obbedisco, so che dentro c’è qualcosa per me.

Entriamo nell’androne del palazzo e saliamo in ascensore fino all’appartamento.

Poso la scatola sul tavolo e mi tolgo la giacca facendogli notare il collare, lui mi guarda negli occhi e mi sorride, in quel sorriso la consapevolezza del mio rispetto per lui.

Mi rimprovera per non essermi vestita di nero come mi aveva chiesto e mi ordina di spogliarmi. Lo accontento restando in lingerie.

“Si tolga tutto” dice, e notando in me esitazione mi chiede di camminare carponi fino in camera da letto, di togliere la biancheria e di tornare da lui.

Resto lì da sola per qualche secondo, un po’ spiazzata dalla richiesta, poi tolgo prima il reggiseno e poi le mutandine, riponendoli sul letto. Torno da lui.

E’ la prima volta che mi vede nuda ma non voglio far trasparire vergogna quindi lo guardo negli occhi e sorrido.

“Non si vergogna di mostrarsi nuda?”

“No” (piccola bugia)

“Bene, allora guardi cosa c’è nella scatola”

Mi avvicino al tavolo e metto le mani nella scatola, al suo interno ben riposti, trovo del nastro adesivo, delle mollette, una spazzola, dei guanti in lattice, gel lubrificante e della corda. Tento di sdrammatizzare scherzando sul fatto che temo sia un serial killer, rendendomi subito conto che forse non è il caso di accusarlo di voler porre fine ai miei giorni, ma lui abbozza una risata. Noto che ha portato con se anche un frustino in pelle e arrossisco accorgendomi di sperare che lo usi su di me, accanto c’è un battipanni, di quelli in vimini che si usano per scuotere le coperte impolverate. “Mettiamo un po’ di musica” dice, e inserisce nello stereo un cd dei Doors.

Mi lega le mani e i gomiti dietro la schiena, facendomi i complimenti per la flessibilità delle mie braccia. Terminata la legatura mi applica le mollette, sui capezzoli, sulla lingua e sulle grandi labbra. Le mollette sulla lingua mi fanno sbavare, la saliva cola dalla bocca, con un filo mi bagna il capezzolo per poi cadere a terra, formando un piccola pozza e provocandomi vergogna per non riuscire ad evitarlo.

Lui prontamente me lo fa notare, eccitato dal mio pudore. Mi comunica la mia safeword, chiedendomi di usarla qualora sentissi di non poter resistere, ma io so già che non la userò, non voglio farlo.

Ci sono due divani disposti ad L al centro della sala, accanto al tavolo. Mi fa adagiare prona su un divano solo con il busto, le gambe divaricate e le natiche in alto. Inizia a battermi, non so con quale oggetto lo stia facendo, desidero solo che duri per sempre, che con ogni colpo mi scrolli di dosso i sensi di colpa, che alleggerisca la mia anima con ogni sferzata. Non sento dolore e per questo non urlo, ne voglio di più e più forte, ma non oso chiederlo e lui si ferma.

Le braccia iniziano a farmi male quindi le libera, mi permette di sdraiarmi sul divano ed inizia a massaggiarmi con il gel, sempre più forte e veloce, ma non deve insistere molto perché io raggiunga l’apice del piacere.

Mi metto a sedere e lo vedo accomodato sull’altro divano, in attesa che mi avvicini, ormai non è più necessario dire niente, so cosa vuole e sono felice di eseguire quella richiesta muta finché non sento il calore nella mia bocca diffondersi. Resto immobile, stretta tra le sue braccia, e mi sento piccola e leggera, sollevata da un peso.

Chiedo di andare in bagno. “Lasci la porta aperta” mi dice.

“Non pensavo di chiuderla” rispondo.

“Bene”

Mi rivesto.

“Pranziamo insieme?” chiede.

“Lo sa che non posso”

Ci allontaniamo insieme dall’appartamento, mi chiede di accompagnarlo alla sua auto, apre il baule e ripone la scatola, prende una busta che era lì e me la consegna dicendomi che è per me. Il mio viso si illumina, come quello di una bimba la mattina di Natale quando trova sotto l’albero i pacchetti dei regali e si chiede come abbiano fatto ad arrivare lì. Sono delle geisha balls, mi scappa una risatina sciocca, ma ora devo proprio andare.

Arrivata a casa continuo a pensare al perché non abbia voluto possedermi, forse ho fatto qualcosa di sbagliato, ma sono contenta che non sia tutto caduto nel solito cliché. Glielo chiedo.

“Il sesso è sopravvalutato” mi dice.

Niente di più vero.

Oggi, a distanza di mesi, continuo a pensare a quella frase ed ogni giorno acquista un senso in più, diventa corposa, quasi fosse fatta di carne.

Ci siamo risentiti e gli ho detto di questo blog.

“Scriva di me, vorrei sapere cosa le passa per la testa” mi ha detto.

Io so che in fondo vuole solo sapere perché sono scomparsa.

“Entro quando vuole che scriva?” chiedo.

“Non è latte….. non scade” risponde.

Empatia

Leggevo recentemente un articolo scientifico, di cui purtroppo non ricordo i riferimenti, in cui si trattava dell’empatia.
Questo scritto mi ha colpito molto perchè veniva affrontato l’argomento dal punto di vista antropologico spiegando come l’empatia sia la capacità di immedesimarsi e comprendere lo stato d’animo altrui.
La naturale evoluzione di questo modo di comunicare dovrebbe essere una maggiore consapevolezza di se stessi.
Rapportando questo pensiero al BDSM mi sono soffermata a riflettere su quanto ci sia di empatico in un rapporto D/s.
I sottili legami che si creano tra il soggetto Dominante e il sottomesso costituiscono un rapporto di dipendenza psicologica e sono costantemente alimentati dalla necessità che hanno entrambe le parti di confrontarsi con le emozioni dell’altro e trarne appagamento, psicologico e fisico.
Il rapporto cresce e si evolve in costante equilibrio, riuscendo a mantenere questa armonia la relazione è potenzialmente indissolubile.

Cosa c’è di più empatico di questo?
Si può dire lo stesso delle relazioni vanilla?
Oppure si può affermare che nelle relazioni vanilla funzionanti (credo che qualcuna ci sia) siano presenti delle caratteristiche D/s?

P.s. pare che anche i delfini provino empatia, chissà se praticano BDSM.