Lo Stregatto

 

Così lei lo ricordava, uno squarcio in pieno volto.
Si potrebbe forse chiamare sorriso, anche se era più simile ad un ghigno malefico, ad un’espressione beffarda.
Stirando le labbra sottili in quella smorfia esponeva i suoi denti, bianchi, perfetti, mettendo in evidenza quel suo segno distintivo, un neo sullo zigomo sinistro.
Lo sguardo passava così dalla bocca, al neo agli occhi.
Quegli occhi, neri, profondi come un pozzo senza fine, ingoiavano le emozioni altrui senza restituirne alcuna. Gli angoli esterni si ricamavano di rughe quando quell’espressione di derisione appariva sul suo volto.
Da questa descrizione si potrebbe forse pensare che non fosse affascinante, niente di più lontano dalla realtà.
Il suo fisico statuario era sempre racchiuso in abiti firmati all’ultima moda, quando entrava in ufficio il suo carisma creava una sorta di vuoto che risucchiava come un vortice tutti gli sguardi, le donne arrossivano e gli uomini, consumati dall’invidia, non potevano fare altro che cercare di imitarlo, il più delle volte con risultati imbarazzanti. Il profumo che emanava aleggiava nella stanza per diversi minuti una volta uscito, ricordando a tutti che era stato lì.

La pausa pranzo era il suo palcoscenico. Tutto l’ufficio riunito al solito bar e lui, al centro di tutto.
Una pacca sulla spalla al suo responsabile commentando gli avvenimenti politici in prima pagina, una battuta calcistica al collega accanito tifoso, una frase a doppio senso sussurrata all’orecchio della sua collega, solo per il gusto di vederla arrossire e abbassare lo sguardo sorridendo imbarazzata.
Era sempre al posto giusto nel momento giusto.
Una collega però non reagiva, il suo spirito con lei sembrava non avere alcun successo.

Un giovedì, mancava meno di un’ora alla fine della giornata lavorativa, lei stava terminando le ultime telefonate e rispondendo alle email dei clienti.
Una mano bussò alla porta che si aprì senza attendere risposta, entrò lui, con passo deciso e appoggiandosi alla sua scrivania le disse:
“stasera devo andare dalle tue parti, vuoi un passaggio?”
Lei accettò di buon grado, dopo tutto le faceva comodo un passaggio e lui era un buon conversatore.
Quella sera uscirono insieme dall’ufficio, sotto lo sguardo incuriosito dei colleghi e invidioso delle colleghe.

La scena si ripetè per diverse settimane.

Un venerdì sera di luglio, lei era appena uscita dalla doccia e si stava tamponando i capelli con un asciugamano, per evitare di gocciolare in giro per casa mentre ascoltava musica a tutto volume ballando.
Squillò il telefono.
Lei, cercò il telecomando dello stereo per abbassare il volume e rispose, un po’ in ritardo.
Era lui. Non le aveva mai telefonato prima, ma lei non si stupì, quel giorno non si era visto al lavoro perchè era stato in visita da un cliente. Parlando del più e del meno, vedendo che la telefonata si stava protraendo, lei prese una birra dal frigorifero, la stappò e si sedette sul divano.
Lui, sentendola bere le disse:
“Senti non mi piace parlare al telefono, perchè non ci vediamo? Magari offri una birra anche a me”.
Lei accettò e di lì a poco lui bussò alla sua porta.

Bevvero, parlarono, fumarono e bevvero ancora.

Si fece molto tardi e lui, vedendola stanca, le diede la buona notte.

“L’ultima birra?” chiese lei dirigendosi in cucina.
Lui l’afferrò da dietro per i fianchi mentre camminava e affondò il viso nei suoi capelli, li scostò e prese a baciarle il collo, lei lo lasciò fare poi si girò, lo guardò negli occhi e sul suo volto si fece strada di nuovo quel ghigno, un sorriso di vittoria e derisione.
I pochi indumenti estivi di lei caddero sul pavimento della cucina, lui l’alzò di peso e, dopo averla fatta sedere sul tavolo, prese a baciarle i seni.
Ad ogni pausa da quei baci inespressivi lei guardava quel volto senza emozioni.
Ghigno beffardo, denti perfetti, neo sullo zigomo, occhi profondi.

Quella notte fecero sesso, lei pensò che fosse più per noia che per vero trasporto, lui se ne andò soddisfatto per l’ennesima conquista.

Passarono le settimane e il loro atteggiamento in ufficio non cambiò, soliti pranzi con i colleghi infatuati dal carisma di lui, passaggi a casa in auto durante i quali non si parlò mai di quella serata.

Arrivò l’inverno, nevicò molto quell’anno.
Una sera, dopo una lunga nevicata, lui si offrì di accompagnarla a casa.
Nel tragitto verso casa prese una strada diversa dal solito.
“Con il traffico per la neve di qua facciamo prima” le disse, ma dopo poco si infilò in un vicolo buio che sbucava in un parcheggio deserto nel quale posteggiò.
“Perchè ti sei fermato qui?” chiese lei.
“C’è troppo traffico, lasciamo che defluisca un po’”.
E così dicendo le mise la mano sotto la gonna, lei gliela spinse via chiedendo che la portasse subito a casa.
Lui, ignorando le sue richieste, si avvicinò per baciarla ma vedendosi nuovamente rifiutato andò su tutte le furie, le strinse il collo con la mano destra e, aiutato dalla sua prestanza fisica, con la sinistra iniziò ad abbassarle calze e slip.
Lei non riusciva più a respirare, le sembrava di essere in una bolla di sapone, tutto era ovattato, lo sentiva solo dire “dai, tanto lo so che ti piace”, la vista le si stava annebbiando, riusciva a vedere solo quello squarcio in pieno volto.
Ghigno beffardo, denti perfetti, neo sullo zigomo, occhi profondi.

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10 commenti su “Lo Stregatto

  1. Brava, il racconto è inquietante ed hai metaforicamente ben espresso l’aspetto “Doriangrayano” del personaggio, come bene hai rappresentato l’indole variegata e contradittoria di una donna come tante. Naturalmente, qui, il tema Bdsm è lontano anni luce: c’è plagio, violenza, uso della forza, tutte cose che con quel mondo nulla c’entrano.
    Unica critica: nella parte della telefonata ed in quella finale, dovresti ampliare la presenza dei dialoghi. Forse lì sei stata un po’ frettolosa, per l’impellenza di terminare il racconto.

    Mi piace

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