Istantanee

Ho una pessima memoria. Davvero pessima.

Non ricordo i nomi delle persone, tantomeno i loro volti, non chiedetemi poi di abbinare il nome al volto perché è una delle operazioni più difficili per me, che diventa impossibile se quel volto viene estraniato dal suo contesto. Una volta non riconobbi la ragazza che lavorava al bar dove andavo ogni giorno a pranzare, solo perché la incontrai in banca, quindi fuori dal solito ambiente.

Mi ripeto di continuo che rischio di sembrare ineducata, ma la memoria non migliora.

Quando ero piccola vivevo nel terrore di andare in vacanza senza i miei genitori per paura che la lontananza da casa avrebbe potuto farmi dimenticare il loro volto.

Per questo adoro la fotografia.

Amo particolarmente le foto antiche, quelle che ritraggono  le famiglie di una volta, con tanti figli, nipoti, nonni… Tutti nella stessa inquadratura. Quelle foto un po’ scolorite, rovinate dal tempo e dalla muffa.

Mi piace immaginare le loro vite, i loro discorsi, seduti a tavola durante il pranzo della domenica.

L’attimo prima di scattare la foto, i bambini che corrono irrequieti e ridacchianti per la stanza, il capofamiglia burbero che li riprende intimandogli di stare al loro posto, il bambino più piccolo che ricaccia in gola un singhiozzo e tira su con il naso per paura di una nuova sculacciata.

Flash

E il momento resta impresso per sempre, o almeno finchè la carta e i colori non si deteriorano.

Ci sono poi quegli attimi, sono frazioni di secondo che sembrano durare una vita.

Uno sguardo.

La mano di lui che sfila la cintura dai pantaloni.

L’attrito della corda che scorre sulla pelle.

La goccia di cera che si stacca fluida dalla candela.

Un respiro nell’orecchio.

Un ceffone a mano aperta in pieno volto.

La pelle increspata da una sferzata.

Un gemito di dolore e piacere.

Istanti che non necessitano di apparecchi per essere immortalati, è sufficiente un profumo o un suono e tornano alla mente vivi e nitidi, come in una fotografia.

Obbedienza

Era aprile, una primavera di diversi anni fa, mio padre mi portò nel cortile di proprietà di un suo amico cacciatore, su un lato del cortile una grande gabbia racchiudeva una cuccia e alcune coperte su cui riposava sdraiato un bellissimo esemplare di setter irlandese femmina.
Ci guardava annoiata o rassegnata dalla sua postazione mentre il suo padrone apriva la gabbia permettendo ad una muta di cuccioli di correre fuori. Per farli giocare tirò lontano una pallina da tennis, loro prontamente si misero a rincorrerla, facendola rotolare da una parte all’altra della recinzione latrando felicemente quando cambiava direzione colpita dai loro musetti.
Il cacciatore mi rivolse la parola mentre ero intenta ad osservare quello spettacolo di zampette pelose che correvano. “Scegline uno” mi disse.
Guardai mio padre con incredulità e stupore, lui con un cenno del capo mi fece capire di avere il suo benestare. Nel frattempo un cucciolo, più grassoccio degli altri e con il pelo leggermente più chiaro, si staccò dal gruppo e si diresse verso di noi, arrivato ad un metro da me si fermò, mi guardò quasi a volermi studiare, poi riprese la sua marcia e si sdraiò sui miei piedi, pancia all’aria in attesa di coccole. “Credo di essere stata scelta prima io” dissi.
Il cucciolo era una femmina e quel pomeriggio venne a casa con noi, tremando come una foglia per tutto il tempo durante il tragitto.
Per una settimana facemmo a turno per dormire con lei, finchè non si ambientò e non fu più necessario dormire tenendole una mano sulla schiena per non farla piangere.

Io non avevo mai avuto un cane prima di allora, ero quindi piena di dubbi e insicurezze, facevamo lunghe passeggiate in mezzo ai campi ma non mi sentivo mai abbastanza sicura da lasciarla libera, senza guinzaglio, la paura che scappasse era troppo forte.
Un giorno, portandola al parco per la solita passeggiata, conobbi il padrone di un golden retriver. Mi raccontò della sua esperienza con i cani che allevava sin da piccolo.
Il suo cane lo seguiva come un’ombra, pendeva letteralmente dalle sue labbra, non aspettava altro che un suo cenno per fare qualunque cosa.
Gli chiesi come fosse riuscito ad ottenere un simile risultato, lui mi guardò con un sorrisetto malizioso e mi disse: “è molto semplice; un vero padrone non tiene il suo cane al guinzaglio per farsi ubbidire, un vero padrone riesce a liberare il suo cane per il tempo che ritiene necessario. Il suo cane sa che può correre dietro alle lepri, abbaiare agli uccellini, ma quando il padrone chiama correrà sempre da lui, perchè solo a lui deve obbedienza. Il rispetto e la devozione non si guadagnano tenendo il guinzaglio corto“.
Ogni tanto ripenso a quell’insegnamento, e apprezzo il momento in cui mi viene sganciato il guinzaglio.