Non è latte

Ripenso spesso a quella mattina, l’ultima volta che lo vidi.

Solita routine: una doccia veloce, due spruzzate di deodorante, abiti casual come da abitudine per andare in ufficio.

Particolare attenzione per la biancheria intima? No, forse un po’ per provocare una sua reazione, o semplicemente per restare fedele alla mia teoria secondo cui se sei troppo curata ai primi incontri si aspetterà di vederti così sempre, e rimarrà deluso se quell’estrema cura venisse meno.

Un trucco leggero, ma sufficiente per non apparire sciatta. Indosso il collare che mi ha regalato l’ultima volta che ci siamo incontrati, un sottile collare di pelle nera, di quelli per i cani di piccola taglia, sotto la giacca non si noterà.

Non riesco a fare colazione, ho lo stomaco chiuso dall’ansia. Respiri profondi prima di lavarmi i denti e uscire.

Arrivo un po’ in anticipo, lui no, è in ritardo, forse vuole mettermi alla prova. Non importa, aspetterò.

Ho il telefono scarico e, come sempre quando ne ho bisogno, si spegnerà. Metto di nuovo il rossetto, e nuovamente lo mangerò, mordicchiandomi le labbra nell’attesa.

Guardo gli specchietti retrovisori, la gente attraversa la strada e non si cura di me.

Arriverà?

Sì, è arrivato. Lo vedo in lontananza, ha con se una scatola voluminosa, mi sorride e gli vado incontro.

“Mi aiuti! Porti la scatola!”

Obbedisco, so che dentro c’è qualcosa per me.

Entriamo nell’androne del palazzo e saliamo in ascensore fino all’appartamento.

Poso la scatola sul tavolo e mi tolgo la giacca facendogli notare il collare, lui mi guarda negli occhi e mi sorride, in quel sorriso la consapevolezza del mio rispetto per lui.

Mi rimprovera per non essermi vestita di nero come mi aveva chiesto e mi ordina di spogliarmi. Lo accontento restando in lingerie.

“Si tolga tutto” dice, e notando in me esitazione mi chiede di camminare carponi fino in camera da letto, di togliere la biancheria e di tornare da lui.

Resto lì da sola per qualche secondo, un po’ spiazzata dalla richiesta, poi tolgo prima il reggiseno e poi le mutandine, riponendoli sul letto. Torno da lui.

E’ la prima volta che mi vede nuda ma non voglio far trasparire vergogna quindi lo guardo negli occhi e sorrido.

“Non si vergogna di mostrarsi nuda?”

“No” (piccola bugia)

“Bene, allora guardi cosa c’è nella scatola”

Mi avvicino al tavolo e metto le mani nella scatola, al suo interno ben riposti, trovo del nastro adesivo, delle mollette, una spazzola, dei guanti in lattice, gel lubrificante e della corda. Tento di sdrammatizzare scherzando sul fatto che temo sia un serial killer, rendendomi subito conto che forse non è il caso di accusarlo di voler porre fine ai miei giorni, ma lui abbozza una risata. Noto che ha portato con se anche un frustino in pelle e arrossisco accorgendomi di sperare che lo usi su di me, accanto c’è un battipanni, di quelli in vimini che si usano per scuotere le coperte impolverate. “Mettiamo un po’ di musica” dice, e inserisce nello stereo un cd dei Doors.

Mi lega le mani e i gomiti dietro la schiena, facendomi i complimenti per la flessibilità delle mie braccia. Terminata la legatura mi applica le mollette, sui capezzoli, sulla lingua e sulle grandi labbra. Le mollette sulla lingua mi fanno sbavare, la saliva cola dalla bocca, con un filo mi bagna il capezzolo per poi cadere a terra, formando un piccola pozza e provocandomi vergogna per non riuscire ad evitarlo.

Lui prontamente me lo fa notare, eccitato dal mio pudore. Mi comunica la mia safeword, chiedendomi di usarla qualora sentissi di non poter resistere, ma io so già che non la userò, non voglio farlo.

Ci sono due divani disposti ad L al centro della sala, accanto al tavolo. Mi fa adagiare prona su un divano solo con il busto, le gambe divaricate e le natiche in alto. Inizia a battermi, non so con quale oggetto lo stia facendo, desidero solo che duri per sempre, che con ogni colpo mi scrolli di dosso i sensi di colpa, che alleggerisca la mia anima con ogni sferzata. Non sento dolore e per questo non urlo, ne voglio di più e più forte, ma non oso chiederlo e lui si ferma.

Le braccia iniziano a farmi male quindi le libera, mi permette di sdraiarmi sul divano ed inizia a massaggiarmi con il gel, sempre più forte e veloce, ma non deve insistere molto perché io raggiunga l’apice del piacere.

Mi metto a sedere e lo vedo accomodato sull’altro divano, in attesa che mi avvicini, ormai non è più necessario dire niente, so cosa vuole e sono felice di eseguire quella richiesta muta finché non sento il calore nella mia bocca diffondersi. Resto immobile, stretta tra le sue braccia, e mi sento piccola e leggera, sollevata da un peso.

Chiedo di andare in bagno. “Lasci la porta aperta” mi dice.

“Non pensavo di chiuderla” rispondo.

“Bene”

Mi rivesto.

“Pranziamo insieme?” chiede.

“Lo sa che non posso”

Ci allontaniamo insieme dall’appartamento, mi chiede di accompagnarlo alla sua auto, apre il baule e ripone la scatola, prende una busta che era lì e me la consegna dicendomi che è per me. Il mio viso si illumina, come quello di una bimba la mattina di Natale quando trova sotto l’albero i pacchetti dei regali e si chiede come abbiano fatto ad arrivare lì. Sono delle geisha balls, mi scappa una risatina sciocca, ma ora devo proprio andare.

Arrivata a casa continuo a pensare al perché non abbia voluto possedermi, forse ho fatto qualcosa di sbagliato, ma sono contenta che non sia tutto caduto nel solito cliché. Glielo chiedo.

“Il sesso è sopravvalutato” mi dice.

Niente di più vero.

Oggi, a distanza di mesi, continuo a pensare a quella frase ed ogni giorno acquista un senso in più, diventa corposa, quasi fosse fatta di carne.

Ci siamo risentiti e gli ho detto di questo blog.

“Scriva di me, vorrei sapere cosa le passa per la testa” mi ha detto.

Io so che in fondo vuole solo sapere perché sono scomparsa.

“Entro quando vuole che scriva?” chiedo.

“Non è latte….. non scade” risponde.

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3 commenti su “Non è latte

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