Corset Training

Un interessante manuale ricco di informazioni per chi, come me, si vuole approcciare al corset training.

Kinky and Fashion

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Ho innaugurato una nuova sezione del blog, dedicata al Corset Training.

Ho intrapreso questo allenamento da qualche settimana, e visto che in rete le informazioni sono abbastanza, ma in italiano non si trova praticamente nulla, ho deciso di parlarne io, sperando di essere d’aiuto a coloro che vogliono cimentarsi in questa esperienza.

In breve in cosa consiste: indossare in modo costante e prolungato un corsetto fabbricato ad hoc per accentuare o raggiungere la tipica forma a clessidra, con effetto temporaneo o permanente.

Qui sotto trovate i link alle pagine dedicate. Per qualsiasi domanda, chiarimento, informazione, commentate o scrivetemi pure! Spero di potervi aiutare.

Corset Training – Italiano

Cos’è il “Corset Training”?

Corset Training in pratica

Il Corsetto – Come sceglierlo

Rodaggio del Corsetto (Seasoning)

Metodi per il Waist Training

Le forme dei Corsetti

Aggiornamento-Si ricomincia!

Cos’è il corset training

Corset training in pratica

Il Corsetto – Come sceglierlo

Rodaggio…

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Come una barca sul lago

Ho in mente l’immagine del pontile di un lago circondato dalla nebbia, le acque attorno sono uno specchio, nessuna increspatura sulla superficie. Sembra quasi di poter ascoltare il silenzio e la quiete di quei luoghi, di poter sentire l’odore dell’umidità, del legno e delle alghe che affiorano sulla riva del lago.

Il pensiero vola a poche ore fa.
Ero nuda, appena uscita dal bagno e lui mi attendeva con un rotolo di pellicola trasparente, di quelli che si utilizzano per conservare i cibi in frigorifero. Mi ha chiesto di stendere le braccia lungo i fianchi, le mani con i palmi poggiati sulle cosce, ero così immobile in piedi e lui iniziava ad avvolgere la pellicola intorno al mio corpo.
La situazione aveva un qualcosa di buffo, forse mi è scappata anche qualche risatina; mi scappano sempre quando sono divertita, o nervosa, o eccitata, o tutte queste cose insieme.
I suoni sono terminati quando è arrivato ad avvolgermi la testa, la pellicola sul viso, gli occhi chiusi, la bocca aperta per cercare di respirare l’ultimo briciolo di aria disponibile.
Adesso mi fa respirare, vero?
Adesso la buca, vero?
Sì, l’ha bucata quasi subito, un buco preciso per liberarmi la bocca, da cui ho continuato a respirare. Il rumore della pellicola che si srotolava e mi avvolgeva diventava sempre più ovattato ad ogni strato.
Provavo a muovere una mano, niente, non ci riuscivo, ero completamente immobile e impossibilitata nei movimenti.
La mia fiducia in lui ha iniziato a vacillare, pensieri oscuri iniziavano ad offuscarmi la mente, come la nebbia vela l’orizzonte del lago.
Mentre ero impegnata a tenere a bada quei pensieri lui mi ha adagiato delicatamente sul letto, ogni idea negativa mi ha abbandonata con la stessa velocità con la quale era apparsa.
Assaporavo quel momento fluttuando nella nebbia che mi avvolgeva, galleggiando sulle coperte morbide.
Picchi brucianti di cera bollente mi risvegliavano da quel torpore, cadendo con cadenze regolari sui capezzoli e sul sesso, attraverso i buchi che lui aveva praticato nella pellicola.
I pensieri negativi erano scomparsi e avevano lasciato il posto alla pace, alla tranquillità e al senso di protezione, come un bruco nel suo bozzolo in procinto di compiere la trasformazione.
Un suo sussurro, parole soffiate e vibranti, mi hanno fatto rinascere, squarciando il mio involucro con tutta la forza che avevo a disposizione. Prima le braccia, la pancia, il petto e finalmente la testa, il naso, gli occhi.
Profumo di canapa e sudore, saliva, labbra e pelle.
Stremata fluttuavo, come la barca sul lago.

Il Gatto e la Volpe

E poi ci sono quei personaggi subdoli, ti tengono d’occhio, ti studiano.
Conoscono i tuoi gusti e li sfruttano per avvicinarsi, ogni giorno un po’ di più, ogni giorno più vicini.
Hanno il volto del tuo ex, quello che “non ti amo ma mi piace scoparti” e risorge dopo anni per dirti “solo ora mi rendo conto della cazzata che ho fatto lasciandoti”.
Quello che “sei immatura, senza di me non sei in grado di… (inserire qualsiasi cosa)” e si ripresenta per dirti che solo tu ora potresti mettere insieme i pezzi della sua vita.
Quello che “sei ingrassata” e ti molla per mettersi con una ventenne sull’orlo dell’anoressia per poi chiamarti piagnucolando perchè “lei non ha il tuo… (inserire doti a caso)”.
Quello che, sapendoti in difficoltà economiche, si fa sentire per dirti quanto invece a lui le cose vadano alla grande, che gli sei sempre nel cuore e che se apri le gambe forse può aiutarti.

Ogni giorno più vicini, conquistano la tua fiducia per conoscerti meglio, per sfruttare le tue debolezze, per capire qual è il punto più tenero in cui poter affondare il pugnale.

Specchi

We are such stuff as dreams are made on, and our little life is rounded with a sleep.
[Shakespeare]

Non so di quale materia sia fatto un sogno, ma quando i miei occhi incontrarono i suoi, in quel preciso istante, tutto mi sembrò chiarissimo. Tutto l’universo si rispecchiava nei suoi occhi, guardando le sue pupille seppi che la sostanza che ci costituisce è la medesima.
La conferma mi arrivò nel momento in cui iniziai a respirarlo.
Sì perchè io lo RESPIRO, non si tratta di un semplice odorare, quello lo si fa con i fiori, o con il cibo, il suo profumo è energia vitale, entra nelle mie narici per poi espandersi nei polmoni, e raggiungere ogni cellula del mio corpo.

In realtà ogni momento è una conferma, ogni attimo in cui la sua frusta colpisce la mia pelle sento che i segni saranno indelebili, in ogni istante in cui la sua carne incontra la mia ho la certezza che si stia verificando un processo di osmosi; i nostri sogni si fondono e si confondono, le nostre speranze si uniscono e l’universo non è più un mistero.

Lo specchio non esiste senza qualcuno che vi si rifletta.
[Michelangelo Pistoletto]

…e io non esisto senza di Lui.

Le cose non dette

 

Penso che più o meno a tutti sia capitato di non voler dire qualcosa di brutto ad una persona cara, confessare qualcosa che potrebbe farla stare male o anche solo destabilizzarla.
Credo sia una paura lecita e comprensibile.
Ma quando si teme di dire una cosa bella? E’ possibile?
Avere paura di comunicare una bella notizia, confessare un sentimento, raccontare un avvenimento piacevole…
Temere che l’occasione sia sempre sbagliata, che possa esserci un momento migliore, o che in realtà quella notizia sia bella solo per voi.
Pensare che pronunciandole, quelle parole, potrebbero perdere il loro significato.
Avere paura della reazione che potrebbero suscitare.

Ma di cosa hai paura? E’ una cosa bella no?
Sì, troppo forse. E’ possibile che non ci siano nemmeno le parole giuste per dirla; come quando parlando ti rendi conto di aver usato un termine sbagliato e vorresti cancellare quello che hai detto e trovare un sinonimo più calzante, ma non lo trovi.

Facciamo che mi tieni ancora un po’ qui, tra le tue corde.
Facciamo che siano i miei respiri e i miei brividi a parlare.
Facciamo che a confessarsi sia la mia pelle che urla sotto la frusta.
Facciamo che ci fondiamo l’uno nell’altra.
Facciamo che ci respiriamo.

Te lo dico un’altra volta dai, adesso ridiamo.

Sogno o son desta? – 1° parte – La biblioteca

La casa era di proprietà della mia famiglia da tre generazioni, il mio bisnonno la fece edificare intorno al 1890 su un terreno vinto al gioco, appena fuori dalla città.

Fu solo l’inizio di una serie di fortune che colpirono la mia famiglia, l’agiatezza economica che ne conseguì permise a mio nonno di iniziare la costruzione di una bellissima biblioteca nella parte più suggestiva della casa.

Alla morte di mia madre mi ci trasferii con il mio compagno, decidendo di mantenere lo stile liberty degli arredi ereditati e arricchendo la collezione di volumi della biblioteca che ormai consta di circa 8000 libri, alcuni di questi molto rari, se non unici.

Probabilmente il mio trisavolo aveva un gusto bizzarro in materia di architettura, oppure era stato semplicemente mal consigliato dagli arredatori dell’epoca; lo si può notare dalla disposizione delle camere da letto. Una delle stanze degli ospiti infatti, adiacente a quella padronale, era allestita nella parte che sarebbe stata più consono utilizzare come studio, essendo divisa dalla biblioteca unicamente da 4 gradini e un parapetto.

La biblioteca infatti si trova ad un piano rialzato rispetto alle altre stanze. Devo ammettere che l’effetto che ci si trova davanti entrando nella camera degli ospiti è decisamente emozionante: sulla destra dell’ingresso un letto semplice, grande per una sola persona ma non sufficiente ad accoglierne due, un comodino e un armadio in noce. Sulla sinistra una scrivania ed un appendiabiti. A pochi passi, di fronte all’ingresso, vi è un parapetto in legno a circa un metro da terra, interrotto da una piccola scala di 4 gradini che dà l’accesso all’ambiente della biblioteca. A destra e a sinistra solo libri ordinati sugli scaffali, mentre di fronte una vetrata liberty con motivi floreali disegnati nel vetro dal ferro battuto, occupa l’intera parete.

La luce entra prepotentemente nell’ambiente, illuminandolo ed esaltando la sua imponenza. La vista che si scorge all’esterno non è da meno.

Mio padre, grande appassionato di botanica, negli anni ’70 diede l’incarico ad un architetto di esterni per progettare un giardino di ispirazione esotica.

Un piccolo ruscello serpeggia tra le aiuole di pepe messicano, tetradenia, acalifa e poinciana per poi tuffarsi in uno stagno circondato da bambù, sulla cui superficie tra maggio e giugno si possono ammirare i fiori celesti di ninfea, leggendo un libro cullati dal canto gracidante delle rane.

Avevo circa 15 anni quando mio padre organizzò una cena con i soci del circolo di botanica e mi presentò colui che tutti chiamavano Professore.

Un uomo che io, con i miei occhi di adolescente, vedevo quasi anziano, ma che non aveva più di 35 anni.

Era alto quanto mio padre, capelli neri, ordinati in un taglio retrò, occhi profondi incorniciati da occhiali gli conferivano un’aria severa; ciononostante ad ogni sua battuta tutti i suoi interlocutori ridevano, rivelando un senso dell’umorismo che a causa della mia giovane età non comprendevo ancora.

Il suo accento, provato dalla lunga permanenza al nord, rivelava comunque le sue origini, la “r” squillante sottolineava elegantemente i suoi modi raffinati.

La seconda volta in cui lo incontrai fu 5 anni dopo al funerale di mio padre. L’argento sulle tempie testimoniava gli anni trascorsi. Se ne stava in disparte, con le mani nelle tasche del cappotto grigio fumo e un’espressione sul volto della stessa tonalità. Si avvicinò a me e a mia madre solo per farci le condoglianze e si allontanò in silenzio, una volta terminata la funzione.

La scorsa estate ricevetti una telefonata, quando risposi mi ci vollero diversi secondi prima di capire di chi fosse la voce all’altro capo del telefono. La cadenza era inconfondibile però, si trattava del Professore.

Buongiorno cara… Come stai?

Oh Professore! Bene, lei?

Sono molto preso dai miei studi. Ti chiamo proprio in merito a questo; ricordo che tuo padre mi mostrò alcuni volumi della vostra biblioteca, volumi rari, che avrei piacere di poter consultare. Naturalmente solo se la cosa non causa disturbo a te e alla tua famiglia

Ci mancherebbe! Ricordo bene quanto mio padre la stimasse, la porta della mia casa e della biblioteca saranno sempre aperte per lei!

Che gioia sentirti pronunciare queste parole, sei proprio la degna erede di tuo padre!

Grazie Professore, se vuole raggiungerci per il fine settimana le faccio preparare la camera degli ospiti, così potrà studiare indisturbato.

Certo cara… Preparo le mie carte e la borsa e vi raggiungo volentieri

Il giorno dopo, in tarda mattinata, un taxi si fermò nel vialetto, un uomo scese dall’auto e di diresse verso la casa. Man mano che si avvicinava mi fu sempre più chiaro che sembrava lo stesso uomo che vidi allontanarsi in silenzio 10 anni prima, la stessa camminata elegante e lo stesso sguardo severo, espressione che si allontanò per un attimo, cancellata da un sorriso di saluto quando mi vide alla finestra, non era cambiato affatto.

Gli andai ad aprire e lo salutai, forse un po’ troppo calorosamente, con un abbraccio.

Lo feci accomodare nella sua stanza, dalla quale non uscì fino all’ora di cena.

Mangiammo chiacchierando amabilmente, parlammo di viaggi e di cinema bevendo un whisky di Oban acquistato durante uno dei suoi ultimi viaggi.

Si fece molto tardi e ci salutammo per la notte.

Una volta in camera, il mio compagno prese subito sonno. Io, al contrario, continuavo a girarmi nel letto senza riuscire a rilassarmi. La luce della luna piena passava sotto la porta che dava nella stanza degli ospiti ed era come se mi chiamasse.

Mi alzai, forse ancora un po’ alticcia per via dell’alcol, aprii piano la porta e mi fermai di fianco al letto sul quale riposava il Professore.

La luce della luna entrava dalla grande vetrata illuminando la stanza di un bagliore argenteo.

Fui tentata di svegliarlo per continuare a parlare ma decisi di sedermi sui gradini in legno, la posizione mi permetteva di ammirare i libri illuminati dalla luna piena, i miei occhi correvano dalle copertine al viso del Professore addormentato, alle sue mani adagiate sul letto candido.

Guardando i riflessi di luce sul parquet il tempo sembrava dilatarsi e perdere valore, mi accorsi di desiderare che il Professore non se ne andasse più. Persa in questi pensieri notai come una specie di vapore prendere forma dai riflessi della luna e salendo dal pavimento farsi sempre più solido. Acquistando consistenza, salendo verso l’alto, si formarono delle vesti lucenti e una figura femminile prese corpo al loro interno.

La donna, che sembrava fatta di vapore, fluttuò verso di me e mi tese la mano.

Vieni con me” bisbigliò prendendomi la mano

Ebbi un tuffo al cuore e mi svegliai di soprassalto da quello che evidentemente era stato solo un sogno. Nel pugno chiuso stringevo un bocciolo di Laelia Anceps.

[…continua…]

Astensione, astinenza, latitanza.

Carissimi seguaci (i più avvezzi alle nuove tecnologie direbbero “followers” ma la nostra lingua è così bella e varia che preferisco evitare di contaminarla con termini estranei alle nostre radici),

Mi sono resa conto di aver scritto molto poco ultimamente.

Grazie” direte voi. La cosa invece mi rattrista, ho sempre trovato nella scrittura degli spunti di riflessione e introspezione interessanti, inoltre rileggere i miei scritti a distanza di tempo mi permette di ricordare delle sfumature che si rischia spesso di perdere nei meandri dei ricordi.

Ho pensato spesso di utilizzare questi spazi come un diario a cui affidare le mie sensazioni ed elucubrazioni.

Purtroppo la maggior parte dei sentimenti che provo o delle emozioni che sento e di cui vorrei scrivere, sono talmente intimi che oltre a suscitare commenti del genere “e a noi che ce ne importa?” non sarebbero di nessun valore letterario . Inoltre ripenso spesso ad una cosa che mi disse tempo un fa una persona che stimo molto…

Ricordati che tutto ciò che scrivi in rete, resta nella rete e non ti appartiene più

Sto quindi valutando di trasformare questo spazio, modificando la sua funzione di diario in quella di divulgazione, informazione o confronto.

Appena il tempo tiranno me lo concederà farò una raccolta degli argomenti che ritengo possano essere degli ottimi spunti di riflessione e ve li sottoporrò.

Mi piacerebbe avere da voi un riscontro in merito.

Sempre vostra

JC

Meraviglia

 

Meraviglia.

E’ lo stupore di sentirti scorrere sotto la mia pelle, nelle mie vene.
E’ la voglia di respirarti per averti dentro, anche solo per un secondo.
E’ l’immagine dei tuoi occhi che mi sorridono anche quando mi punisci.
E’ il brivido che galoppa sulla mia schiena ad ogni tuo ordine.

Non potrò mai abituarmi a questo,

o al terrore che mi stringe il petto quando temo di perderti.

連合の踊り – Danza dell’unione

 

Una richiesta, arrivata inaspettata come una doccia fredda, le aspettative che si alzano sfidando il mio senso del pudore e l’autostima, giocando con il mio imbarazzo.

“Balla per me”

Un rifiuto, frutto di quella vergogna che credevo essere insuperabile, che rendeva impossibile mettersi in gioco come lui mi aveva chiesto.
Smarrimento e delusione, prima di tutto verso me stessa, per aver rinunciato senza neanche provare.

Voglia di stupirlo, di renderlo orgoglioso e fiero di avermi scelta.

Ho deciso che l’avrei fatto, gli avrei mostrato una me che era sempre stata nascosta anche ai miei stessi occhi, mi sarei esposta rendendolo partecipe di una parte della mia vita che non conosceva e che io avevo sepolto.

L’ambientazione sarebbe stata sicuramente il Giappone, paese che amiamo e che ci ha dato spesso modo di parlare, scambiare conoscenze, esperienze e passioni.
La base musicale è stata una scelta semplice, il tema di un film che mi ricordava i nostri primi scambi di parole.
I movimenti avrebbero mostrato la mia passione per lui e per quell’arte marziale praticata per tanti anni, movimenti con i quali potermi sentire a mio agio e allo stesso tempo raccontarmi.

Una grande sciarpa nera usata come metafora, la corazza che mi ha sempre accompagnato, coperto, rassicurato, difeso dagli altri e da me stessa.

Messa in ginocchio dagli eventi, indosso il mio guscio. Passi lenti, morbidi, quasi a sgranchire le ossa e stirare i muscoli troppo a lungo tenuti rannicchiati.
Movimenti circolari, piedi striscianti da non alzare per non perdere l’equilibrio, come insegnava il Maestro.

La difesa usata come attacco, la forza dell’altro portata a proprio vantaggio.

Movimenti fluidi che terminano, lasciandomi nuovamente accovacciata, questa volta non sfinita dalle delusioni ma per offrirsi e offrire la mia armatura a Lui.